Senza Rete

Il silenzio di luglio: l’assenza del Terzo Settore e la disabilità

La serranda del centro sportivo comunale era bloccata da una catena arrugginita.
Sul cartello, scolorito dal sole di giugno, si leggeva ancora: “Chiuso per cessata gestione volontaria.”
Qualcuno aveva provato a strapparlo, senza riuscirci. Il cartello era rimasto lì, a ricordare che certe cose non chiudono all’improvviso: restano, anche quando non servono più a nessuno.

Per Marco, l’estate non era più la stagione dei giochi. Era diventata una stagione di confinamento.
Senza la cooperativa che seguiva suo figlio, il mondo si era ristretto fino ai bordi del divano del salotto. Le giornate avevano perso struttura, confini, appigli. Il tempo si allungava, uguale a sé stesso, come l’aria ferma di luglio.

Davide, che convive con una disabilità dello spettro autistico, fissava lo schermo del tablet da ore. Ogni tanto Marco provava a spegnerlo, a proporgli un’alternativa. Una passeggiata, un gioco, anche solo cambiare stanza. Ma senza il lavoro paziente degli educatori, senza qualcuno che conoscesse i suoi tempi e i suoi segnali, ogni tentativo finiva in frustrazione.
In un mondo senza Terzo Settore, Davide non era più “una persona da includere”. Era un costo troppo alto per i privati e un numero troppo piccolo per il pubblico.

Chiara guardava l’orologio. Erano solo le dieci del mattino.
La giornata era appena iniziata, e lei era già stanca. Doveva andare al lavoro, ma non esistevano più i centri estivi, né i camp delle associazioni, né gli spazi parrocchiali. Aveva provato a chiedere ferie, poi part-time, poi orari flessibili. Ogni richiesta era rimasta sospesa, come se la sua vita personale fosse diventata improvvisamente irrilevante.

Chi non poteva permettersi una baby-sitter privata — quasi tutti, nel loro quartiere — aveva due sole possibilità: lasciare i figli davanti a uno schermo o rinunciare al lavoro. Nessuna delle due sembrava una scelta. Erano solo rinunce diverse.

Illustrazione in stile fumetto di una famiglia in casa con un bambino autistico davanti al tablet, simbolo dell’assenza di servizi educativi e di supporto nel Terzo Settore.

Nel pomeriggio, il caldo rendeva l’appartamento irrespirabile. Le finestre aperte non portavano aria, solo rumore. Il parco sotto casa era vuoto. Non c’erano più i ragazzi con le magliette colorate a organizzare giochi, né i tavoli improvvisati con cartelloni e pennarelli.
Non c’erano più le ludoteche dove si imparava che “diverso” non significa “sbagliato”, ma solo “da conoscere”.

La città, a luglio, era diventata un deserto di asfalto rovente. Ognuno chiuso nella propria casa, a gestire da solo ciò che prima era condiviso. Senza quella rete invisibile, il tessuto sociale si era sfilacciato piano, senza rumore, lasciando i più fragili senza appigli.

La sera, Marco sparecchiava in silenzio. Chiara aiutava Davide a prepararsi per dormire, seguendo una routine che cercava di ricordare, senza riuscirci fino in fondo. Tutto sembrava più complicato, più faticoso, come se ogni gesto avesse perso il sostegno che lo rendeva possibile.

Quando finalmente la casa si fece quieta, Chiara rimase seduta sul letto di Davide a guardarlo dormire.
Capì allora che la vera povertà non era la mancanza di soldi.
Era l’assenza di qualcuno che dicesse, con naturalezza: “Non siete soli. Ci pensiamo noi.”

Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.

Senza rete #1