Senza Rete

Il colore dell'assenza

La luce del corridoio d’ospedale virava verso un verde malato, riflesso dal linoleum consunto. Era una luce che non cambiava mai, né di giorno né di notte, e che finiva per confondere il tempo.
Giorgio fissava il flacone appeso all’asta d’acciaio. Era vuoto. Non come un contenitore dimenticato, ma come qualcosa che aveva smesso di arrivare.

Ogni tanto una barella passava veloce. Un infermiere parlava a bassa voce con un collega. Le porte si aprivano e si chiudevano con un rumore secco, ripetuto. Tutto funzionava. Tutto, tranne ciò che serviva a lui.

Un tempo, in Italia, c’erano persone che donavano sangue senza chiedere nulla in cambio. C’erano associazioni che tenevano insieme i calendari, le chiamate, le scorte. C’era qualcuno che ti telefonava dicendo: “È il momento, puoi venire?”.
In questo mondo, quella rete non esisteva più. Il Terzo Settore era diventato una voce archiviata, e con lui la possibilità che la gratuità funzionasse senza essere considerata un’anomalia.

Per Giorgio, ventidue anni e una vita scandita dalla drepanocitosi, quel vuoto non era un ritardo. Era una condizione.
Sapeva riconoscere i segnali. Il corpo li mandava sempre nello stesso ordine: prima la stanchezza che non passa dormendo, poi il dolore sordo alle ossa, infine quella sensazione di pesantezza che rendeva ogni gesto una decisione da rimandare.

Senza una trasfusione regolare, il corpo non cedeva di colpo. Si spegneva piano.
Il respiro diventava corto, come se l’aria avesse perso densità. I pensieri si facevano lenti, opachi, difficili da afferrare.

«Non è come quando sei stanco», pensò.
Non era la fatica di una giornata piena. Era qualcosa che ti portava via spazio, che ti spingeva indietro anche quando restavi fermo.

Dal letto, Giorgio guardava la finestra in fondo al corridoio. Il cielo era chiaro, quasi azzurro. Un colore che non sentiva più suo. Gli tornò in mente quando, da bambino, aveva imparato a riconoscere i gruppi sanguigni prima ancora delle capitali europee. La sua vita aveva sempre avuto bisogno di qualcuno disposto a condividere una parte di sé.

Vignetta ospedale senza donatori e assenza del Terzo Settore con paziente in attesa di trasfusione

Fuori dall’ospedale, il mondo continuava a funzionare.
Le cliniche private offrivano sacche a prezzi che la sua famiglia non poteva permettersi. Non c’era più il dono. C’era il mercato. E nel mercato, chi non può pagare resta fermo, in attesa che il tempo faccia il suo lavoro.

Giorgio aveva sempre pensato alla sua vita come a una tela piena di colori. Studiava, progettava, parlava del futuro come di qualcosa che lo aspettava. Ora quella tela si stava scurendo, non per mancanza di sogni, ma per assenza di sangue. Come se qualcuno avesse tolto il colore principale senza avvisare.

Chiuse gli occhi. Provò a immaginare il futuro che raccontava agli amici: l’università finita, il camice bianco, l’idea di restituire agli altri ciò che lui aveva ricevuto per tutta la vita.
In un mondo senza donatori, quel camice restava piegato nell’armadio, intatto. Una macchia di pulito in un orizzonte che non prevedeva più la cura come gesto gratuito.

Il flacone restava vuoto.
E in quel vuoto, Giorgio capì che l’assenza non ha sempre il colore del buio. A volte è trasparente. A volte è verde pallido. A volte passa inosservata, finché non diventa impossibile ignorarla.

Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.

Senza rete #4