Il fischietto di Susanna è appeso a un chiodo arrugginito in cucina.
È leggero, di plastica gialla, ma quando lo prende in mano pesa più di quanto dovrebbe. Non suona da anni. Da quando il Terzo Settore è diventato una parola buona per le note a piè di pagina e le associazioni sportive hanno chiuso una dopo l’altra, senza rumore, come luci spente alla fine di una festa.
A Corvetto, il quartiere non è più lo stesso.
Alle quattro del pomeriggio, l’ora in cui l’aria vibrava del rimbalzo dei palloni e delle voci dei bambini, ora c’è un silenzio strano. Non è quiete. È assenza. Un vuoto che non rilassa, ma tende i nervi.
Diego guarda fuori dalla finestra.
Il parchetto è lì, identico a com’era. Le panchine verdi, la rete del campetto un po’ storta, le linee bianche scolorite sull’asfalto. Tutto uguale, eppure inutilizzabile. Suo figlio è seduto sui gradini del palazzo, il telefono in mano, lo sguardo fisso su uno schermo che non chiede niente e non restituisce nulla.
Un tempo correva.
Non per vincere, non per emergere. Correva perché qualcuno lo aspettava. Perché c’era un allenamento, un gruppo, una maglia con il numero sbagliato ma il nome giusto. Susanna diceva sempre che lo sport serviva a questo: imparare a stare dentro una squadra prima ancora che dentro il mondo.
Ora Susanna non allena più.
Fa turni saltuari in un supermercato dall’altra parte della città. Ogni tanto passa davanti al campetto e rallenta, come se si aspettasse di sentire un fischio che non arriverà. Le palestre hanno chiuso. I progetti sono finiti. Gli educatori sono diventati curriculum scartati.
Senza quegli adulti che erano un po’ allenatori e un po’ fratelli maggiori, il gruppo si è sfilacciato.
Le regole non si imparano più cadendo sul parquet. Si incontrano per strada, senza spiegazioni. Il “noi” si è ristretto fino a diventare sospetto.
Diego lo vede succedere piano.
Non ci sono grandi esplosioni, né notizie da telegiornale. Ci sono pomeriggi tutti uguali. Ore che si allungano. Ragazzi che restano fuori, non perché siano cattivi, ma perché nessuno ha più il compito di tenerli dentro.
Una volta, qualcuno diceva che lo sport era un linguaggio comune.
Oggi quella lingua non si parla più. E chi non la conosceva abbastanza bene è rimasto senza traduzione.
Il parchetto davanti alla scuola è diventato un confine.
Non più un luogo di passaggio, ma un limite. Da una parte c’è chi può permettersi corsi privati, dall’altra chi impara presto a stare fermo. Non a riposare. A fermarsi.
In questo mondo che funziona per bilanci e priorità, abbiamo risparmiato tempo, spazio, persone.
Ma abbiamo perso qualcosa che non entra nei grafici: il ritmo collettivo, l’allenamento alla fiducia, l’idea che crescere insieme fosse una competenza da coltivare.
Alle sei, Diego chiude la finestra.
Il parchetto resta lì, vuoto. Non succede niente. Ed è proprio questo il punto.
Senza Rete
Cronache dal silenzio – Il pomeriggio del parchetto
Il fischietto di Susanna è appeso a un chiodo arrugginito in cucina.
È leggero, di plastica gialla, ma quando lo prende in mano pesa più di quanto dovrebbe. Non suona da anni. Da quando il Terzo Settore è diventato una parola buona per le note a piè di pagina e le associazioni sportive hanno chiuso una dopo l’altra, senza rumore, come luci spente alla fine di una festa.
A Corvetto, il quartiere non è più lo stesso.
Alle quattro del pomeriggio, l’ora in cui l’aria vibrava del rimbalzo dei palloni e delle voci dei bambini, ora c’è un silenzio strano. Non è quiete. È assenza. Un vuoto che non rilassa, ma tende i nervi.
Diego guarda fuori dalla finestra.
Il parchetto è lì, identico a com’era. Le panchine verdi, la rete del campetto un po’ storta, le linee bianche scolorite sull’asfalto. Tutto uguale, eppure inutilizzabile. Suo figlio è seduto sui gradini del palazzo, il telefono in mano, lo sguardo fisso su uno schermo che non chiede niente e non restituisce nulla.
Un tempo correva.
Non per vincere, non per emergere. Correva perché qualcuno lo aspettava. Perché c’era un allenamento, un gruppo, una maglia con il numero sbagliato ma il nome giusto. Susanna diceva sempre che lo sport serviva a questo: imparare a stare dentro una squadra prima ancora che dentro il mondo.
Ora Susanna non allena più.
Fa turni saltuari in un supermercato dall’altra parte della città. Ogni tanto passa davanti al campetto e rallenta, come se si aspettasse di sentire un fischio che non arriverà. Le palestre hanno chiuso. I progetti sono finiti. Gli educatori sono diventati curriculum scartati.
Senza quegli adulti che erano un po’ allenatori e un po’ fratelli maggiori, il gruppo si è sfilacciato.
Le regole non si imparano più cadendo sul parquet. Si incontrano per strada, senza spiegazioni. Il “noi” si è ristretto fino a diventare sospetto.
Diego lo vede succedere piano.
Non ci sono grandi esplosioni, né notizie da telegiornale. Ci sono pomeriggi tutti uguali. Ore che si allungano. Ragazzi che restano fuori, non perché siano cattivi, ma perché nessuno ha più il compito di tenerli dentro.
Una volta, qualcuno diceva che lo sport era un linguaggio comune.
Oggi quella lingua non si parla più. E chi non la conosceva abbastanza bene è rimasto senza traduzione.
Il parchetto davanti alla scuola è diventato un confine.
Non più un luogo di passaggio, ma un limite. Da una parte c’è chi può permettersi corsi privati, dall’altra chi impara presto a stare fermo. Non a riposare. A fermarsi.
In questo mondo che funziona per bilanci e priorità, abbiamo risparmiato tempo, spazio, persone.
Ma abbiamo perso qualcosa che non entra nei grafici: il ritmo collettivo, l’allenamento alla fiducia, l’idea che crescere insieme fosse una competenza da coltivare.
Alle sei, Diego chiude la finestra.
Il parchetto resta lì, vuoto. Non succede niente. Ed è proprio questo il punto.
Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.
Comunicazione PA.SOL.