L’assistente vocale risponde subito. La voce è calma, precisa, gentile al punto giusto.
«Buongiorno Elena. Hai assunto la terapia delle 8.30?»
Elena guarda il piccolo schermo acceso sul tavolo della cucina. Per qualche secondo non risponde. Non perché non abbia sentito, ma perché ogni tanto le sembra assurdo che l’unica voce che le faccia compagnia arrivi da una macchina.
Fuori, Milano continua a muoversi veloce. Autobus senza conducente attraversano i viali, i supermercati aprono senza cassieri e gli uffici pubblici hanno eliminato quasi tutti gli sportelli fisici. Ovunque ci sono schermi, app, notifiche pensate per rendere tutto più rapido, più efficiente, più automatico.
Tutto funziona.
Tranne le persone.
Un tempo il quartiere aveva un centro dove gli anziani imparavano a usare il telefono, dove qualcuno ti aiutava a prenotare una visita o semplicemente si accorgeva se non ti vedeva da qualche giorno. C’erano educatori digitali, volontari, cooperative che facevano da ponte tra tecnologia e fragilità, trasformando strumenti complicati in occasioni per non sentirsi esclusi.
In questo mondo senza Terzo Settore, il ponte è sparito. È rimasta solo la tecnologia.
Elena lo capisce ogni volta che prova a fare qualcosa di semplice: prenotare una visita, chiedere un aiuto, leggere una comunicazione del Comune senza sentirsi persa davanti a parole che sembrano scritte per qualcun altro. Ogni servizio inizia con una password dimenticata o con una voce registrata che ripete di “seguire le istruzioni sullo schermo”.
Ma nessuno ti guarda negli occhi quando non capisci.
Suo marito Giulio, prima che la memoria iniziasse lentamente a consumarsi, partecipava a un progetto di stimolazione cognitiva gestito da una cooperativa del territorio. C’erano operatori, studenti universitari, laboratori condivisi. Le tecnologie servivano ad aiutare le persone, non a sostituirle. Adesso il tablet acceso sul tavolo propone esercizi automatici che Giulio chiude dopo pochi minuti, confuso, mentre sul display compare sempre lo stesso messaggio: “Errore di connessione”.
Elena sorride amaramente. Non sa più se il problema sia internet o il mondo intero.
La sera scende sotto casa per buttare la spazzatura. Nel cortile incontra altre persone, ma nessuno si ferma davvero. Ognuno guarda il proprio telefono, immerso in notifiche che parlano continuamente senza dire niente. La città è diventata intelligentissima. Le persone molto meno vicine.
Sul muro dell’ex spazio sociale del quartiere è rimasta una vecchia insegna scolorita. Dietro i vetri spenti si intravedono ancora sedie accatastate, computer coperti da teli, cartelloni dimenticati. Lì dentro, anni prima, qualcuno insegnava che innovazione non voleva dire correre più veloce, ma permettere anche agli altri di non restare indietro.
Elena resta ferma qualche secondo davanti alla porta chiusa, poi torna lentamente a casa.
L’assistente vocale si riaccende automaticamente. «Hai bisogno di supporto?»
Lei alza lo sguardo verso il dispositivo luminoso sul tavolo e per la prima volta capisce che la solitudine non è assenza di connessione.
È quando tutto risponde, ma nessuno ti ascolta.
Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.
Comunicazione PA.SOL.
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Senza Rete
Quando la cura diventa automatica
Suo marito Giulio, prima che la memoria iniziasse lentamente a consumarsi, partecipava a un progetto di stimolazione cognitiva gestito da una cooperativa del territorio. C’erano operatori, studenti universitari, laboratori condivisi. Le tecnologie servivano ad aiutare le persone, non a sostituirle. Adesso il tablet acceso sul tavolo propone esercizi automatici che Giulio chiude dopo pochi minuti, confuso, mentre sul display compare sempre lo stesso messaggio: “Errore di connessione”.
Elena sorride amaramente. Non sa più se il problema sia internet o il mondo intero.
La sera scende sotto casa per buttare la spazzatura. Nel cortile incontra altre persone, ma nessuno si ferma davvero. Ognuno guarda il proprio telefono, immerso in notifiche che parlano continuamente senza dire niente. La città è diventata intelligentissima. Le persone molto meno vicine.
Sul muro dell’ex spazio sociale del quartiere è rimasta una vecchia insegna scolorita. Dietro i vetri spenti si intravedono ancora sedie accatastate, computer coperti da teli, cartelloni dimenticati. Lì dentro, anni prima, qualcuno insegnava che innovazione non voleva dire correre più veloce, ma permettere anche agli altri di non restare indietro.
Elena resta ferma qualche secondo davanti alla porta chiusa, poi torna lentamente a casa.
L’assistente vocale si riaccende automaticamente.
«Hai bisogno di supporto?»
Lei alza lo sguardo verso il dispositivo luminoso sul tavolo e per la prima volta capisce che la solitudine non è assenza di connessione.
È quando tutto risponde, ma nessuno ti ascolta.
Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.
Comunicazione PA.SOL.