Luca si sveglia tardi, non perché sia stanco ma perché non ha più un motivo per alzarsi prima. La sveglia sul telefono suona comunque alle otto: è rimasta impostata da mesi, da quando le giornate avevano una direzione precisa. La spegne senza guardarla e resta ancora qualche minuto a fissare il soffitto, in quella sensazione sospesa che non è riposo e non è nemmeno vera stanchezza.
Un tempo, a quell’ora, sarebbe già stato fuori casa, con lo zaino in spalla e una meta chiara. C’era un posto dove andare, un progetto in cui entrare, qualcuno che lo stava aspettando. Il servizio civile era questo: un passaggio, un inizio, una forma concreta per capire dove stare nel mondo.
Ora non esiste più.
È stato considerato un passaggio inutile, troppo lento, troppo difficile da tradurre in numeri. E con lui è scomparsa anche quella zona intermedia tra il “non ancora” e il “non più”, quello spazio in cui si poteva imparare senza dover dimostrare subito qualcosa.
In cucina, sua madre gli chiede cosa farà durante la giornata. Non è un rimprovero, ma una domanda che pesa più del previsto, perché chiede una risposta che Luca non ha. «Vediamo», dice, ma sa già che non c’è niente da vedere.
Esce comunque. Cammina senza fretta nel quartiere mentre la città si muove attorno a lui: negozi che aprono, persone che entrano negli uffici, autobus pieni. Tutto funziona, tutto scorre, ma lui ha la sensazione di restare ai margini, come se mancasse il punto di aggancio.
In un’altra vita, avrebbe passato le sue giornate in una biblioteca, in un centro per anziani, in un doposcuola. Avrebbe imparato facendo, sbagliando, trovando qualcuno disposto a spiegargli cosa significa assumersi una responsabilità che non riguarda solo sé stessi. Avrebbe avuto il tempo di diventare utile.
Ora il tempo è vuoto.
Davanti a una scuola si ferma un attimo. I ragazzi entrano parlando tra loro, si chiamano per nome, ridono. Luca li guarda senza soffermarsi troppo e poi riprende a camminare.
Senza Rete
Il tempo sospeso
Luca si sveglia tardi, non perché sia stanco ma perché non ha più un motivo per alzarsi prima. La sveglia sul telefono suona comunque alle otto: è rimasta impostata da mesi, da quando le giornate avevano una direzione precisa. La spegne senza guardarla e resta ancora qualche minuto a fissare il soffitto, in quella sensazione sospesa che non è riposo e non è nemmeno vera stanchezza.
Un tempo, a quell’ora, sarebbe già stato fuori casa, con lo zaino in spalla e una meta chiara. C’era un posto dove andare, un progetto in cui entrare, qualcuno che lo stava aspettando. Il servizio civile era questo: un passaggio, un inizio, una forma concreta per capire dove stare nel mondo.
Ora non esiste più.
È stato considerato un passaggio inutile, troppo lento, troppo difficile da tradurre in numeri. E con lui è scomparsa anche quella zona intermedia tra il “non ancora” e il “non più”, quello spazio in cui si poteva imparare senza dover dimostrare subito qualcosa.
In cucina, sua madre gli chiede cosa farà durante la giornata. Non è un rimprovero, ma una domanda che pesa più del previsto, perché chiede una risposta che Luca non ha. «Vediamo», dice, ma sa già che non c’è niente da vedere.
Esce comunque. Cammina senza fretta nel quartiere mentre la città si muove attorno a lui: negozi che aprono, persone che entrano negli uffici, autobus pieni. Tutto funziona, tutto scorre, ma lui ha la sensazione di restare ai margini, come se mancasse il punto di aggancio.
In un’altra vita, avrebbe passato le sue giornate in una biblioteca, in un centro per anziani, in un doposcuola. Avrebbe imparato facendo, sbagliando, trovando qualcuno disposto a spiegargli cosa significa assumersi una responsabilità che non riguarda solo sé stessi. Avrebbe avuto il tempo di diventare utile.
Ora il tempo è vuoto.
Davanti a una scuola si ferma un attimo. I ragazzi entrano parlando tra loro, si chiamano per nome, ridono. Luca li guarda senza soffermarsi troppo e poi riprende a camminare.
Non è nostalgia, è qualcosa di più sottile: la sensazione di essere rimasto fuori da un passaggio che non si è mai aperto davvero.
Il servizio civile, dicevano, serviva a questo: creare un ponte tra lo studio e il lavoro, tra il sentirsi fuori e il sentirsi parte. Senza quel ponte, il salto è diventato troppo lungo, e molti come lui restano fermi nel mezzo, senza cadere ma senza avanzare.
Nel pomeriggio si siede su una panchina. Scorre il telefono senza cercare nulla di preciso, solo per riempire il tempo. Attorno a lui altri ragazzi fanno lo stesso, vicini ma separati, senza parlarsi. Non per scelta, ma perché non c’è un contesto che li metta in relazione, nessun motivo che li faccia diventare gruppo.
In questo mondo efficiente, i giovani non sono più una risorsa da accompagnare, ma una variabile da gestire. Qualcosa che si attiva quando serve e che, nel frattempo, può restare in pausa senza che nessuno se ne accorga davvero.
La sera Luca torna a casa e sua madre gli chiede com’è andata. «Tutto ok», risponde. Non è una bugia, è semplicemente che non è successo niente.
E mentre si sdraia sul letto, capisce che il problema non è non avere un lavoro.
È non avere più un posto dove iniziare.
Crediti: ispirato al libro/rivista Provate a fare senza. Viaggio distopico in un mondo senza Terzo Settore, Vita.it, Marzo 2025.
Comunicazione PA.SOL.